Dicono di noi 006 – L’atroce agonia del Caimano

Miguel Mora, a lungo corrispondente di El País dall’Italia, pubblica oggi un pezzo (La atroz agonía del Caimán) sulla pagina web del quotidiano spagnolo. Occhi puntati sull’Italia e sulla fine – speriamo imminente – di Berlusconi. Traduzione mia. Buona lettura.

Il Caimano ha la pelle dura, gli occhi piccoli e denti come pugnali. Non è facile catturare il Caimano, ancor meno farlo fuori. Ora si trova nella rete e inizia a spirare. Pronto finalmente ad arrendersi. Obbligato a farlo, piuttosto. La caccia è stata pianificata e organizzata da esploratori stranieri, perché a casa sua il Caimano controlla tutto a tal punto che nessuno osa tradirlo. Sanno che con questa partita si giocano la reputazione, la rovina, l’ipoteca. Nelle ultime ore di quest’atroce agonia, mentre finisce di distruggere il suo paese e perfino le veline della prima ora abbandonano la nave, lui si riunisce nella sua villa di Arcore con Marina, Piersilvio e i suoi fedeli Confalonieri, il vecchio compagno di crociere sull’Adriatico e amministratore dei suoi beni, e Niccolò Ghedini, il penalista che deve trovargli il salvacondotto dell’immunità.

Cesare (ovvero Caligola) ha capito finalmente il messaggio delle Idi. Sarà tradito e pugnalato. Ha le ore contate, però nel suo vocabolario non esiste la parola “fine” e neanche il verbo “dimettersi”. Vuole che lo caccino. Ma vendendo cara la pelle. Il linguaggio e l’attitudine del Padrino, ancora una volta, emergono nel momento cruciale.

Silvio Berlusconi passerà alla storia come l’imprenditore che rovinò l’Italia e nel frattempo aumentò smisuratamente la sua fortuna. Il suo magnetismo populista televisivo, i suoi patetici e ammirati eccessi da vecchio immaturo, il suo ferreo controllo delle miserie e dei segreti inconfessabili dei suoi alleati e dei suoi nemici attraverso il possesso di Raiset e le riviste rosa, gli valsero per vent’anni un potere onnicomprensivo. Decine di reati prescritti o annullati, processi chiusi in modo erroneo mediante corruzione dei giudici e dei testimoni, e accuse cadute nel nulla grazie alle sue leggi ad personam non bastarono a farlo desistere. La sua fine sarà, come lui, postmoderna, violenta, tragicomica e stravagante.

Qualche mese fa, prima di andarmene dall’Italia, scrissi che quando Mario Draghi avrebbe  assunto la carica di governatore della banca Centrale Europea avrebbe desiderato non avere a che fare con un’Italia nella quale Berlusconi e Tremonti avessero continuato a ricoprire i loro incarichi. Ironicamente, questo silenzioso gesuita che è Draghi è quasi riuscito a ottenere questo risultato pochi giorni dopo aver occupato il suo ufficio a Francoforte, e da ciò non si deduca la benché minima cospirazione, visto che durante tutti questi mesi Draghi ha provato a ricondurre Berlusconi alla ragione, invano. Semplicemente, c’è un fatto incontrovertibile: come disse lo stesso Tremonti qualche giorno fa in un nuovo e brillante atto di autocommiserazione, il principale fattore d’instabilità e di mancanza di credibilità dell’Italia è oggi il suo presidente del Consiglio, così come hanno dimostrato gli investitori che si sono precipitati oggi a comprare azioni appena hanno sentito che il suo amico Giuliano Ferrara lo dava per dimissionario.

Tuttavia, Tremonti e l’Europa non devono ingannarsi. Nella rovina dell’Italia costruita passo dopo passo da Berlusconi, lo stesso Tremonti, che non per niente è stato per anni commercialista degli affari privati del capo, è stato un fattore determinante: la politica economica l’ha fatta lui. Il gigantesco debito lo ha alimentato lui, il clima di tolleranza verso la corruzione e l’evasione fiscale lo ha favorito lui, inoltre è stato collaboratore necessario dell’antieuropeismo feroce dei suoi amici e soci della Lega Nord, questi altri geni delle finanze che con un po’ di fortuna tra qualche ora saranno catapultati anch’essi nello spazio interstellare. E per molti anni.

Comunque, torniamo al Caimano. Se qualcuno in Italia nutre ancora un minimo di compassione, l’uomo ha già 75 anni e la prostata imbalsamata. Gli trovino un’uscita onorevole, gli promettano che non andrà in prigione anche se condannato. Gli mettano a disposizione un aereo pieno di veline e gli regalino, come già fu per Craxi, un esilio dorato in qualche paradiso tropicale. Se non lo fanno, l’agonia non avrà fine. Il Caimano morirà uccidendo, e il paese non può permettersi mesi di vendette, dossier e minacce di ritorni salvifici.

Mussolini fu appeso a testa in giù insieme alla sua amante. Berlusconi non ha ucciso nessuno, a meno di non considerare morte ciò che è accaduto all’Italia, e nemmeno ha una fidanzata. A parte alcune leggi razziali contro gli zingari, alcune purghe di comunisti riciclati e alcuni meravigliosi giornalisti castigati, ha potuto esercitare solo un po’ di quel fascismo che tanto ammira. Dategli allora questo maledetto salvacondotto del quale nessuno parla e, chissà, l’Italia potrà tornare a essere in poco tempo l’Italia di cui tutti gli europei hanno bisogno.

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